Al convegno “Giovani e Pornografia si parla anche di “Solitudine e incomunicabilità”.

Al convegno “Giovani e Pornografia si parla anche di “Solitudine e incomunicabilità”.

SOLITUDINE E INCOMUNICABILITA’

di Martina Iardella, Psicologa Psicoterapeuta Specializzata in Terapia Centrata sul Cliente.

“Da un articolo de La Stampa di Agosto traiamo uno spaccato della realtà giovanile in cui da una ricerca amercana si evince che i giovani dai 13 ai 19 anni, i noti nativi digitali, sono più depressi, e meno inseriti a scuola o nel lavoro, dei loro genitori e nonni. Passano meno tempo con gli amici, nello studio, nello sport, perfino baciarsi e e avere rapporti sessuali sono trascurati. Non prendono la patente, non vanno a ballare. Sono poco autonomi e motivati alla loro indipendenza. I suicidi aumentano, preceduti dall’uso di droghe, l’insicurezza sociale genera bullismo aggressivo e vittimismo paralizzante. Le ragazze sembrano essere più vulnerabili dei loro coetanei maschi.

Secondo questa ricerca, responsabili di questa epidemia di solitudine, frustrazione e nevrosi nella generazione giovanile sono gli smartphone e i tablet, la tecnologia digitale in generale, che fagocitano cervello, anima e cuore dei nostri ragazzi, lasciandoli per ore, gusci vuoti e inascoltati.

Martina Iardella
Martina Iardella

Vero è che L’utilizzo di internet e di altre tecnologie moderne ha rivoluzionato i tempi e i modi della comunicazione attuale. I contenuti pubblicati sul web, infatti, sono visibili in tutto il mondo e si diffondono in un battito di ciglia.Viviamo, anche noi adulti, per la verità, questa dipendenza sia in casa che fuori casa, sia quando siamo soli che in compagnia. Non siamo più capaci di gustarci un buon libro, una serata tra amici o un pranzo in famiglia senza mandare messaggi, giocare al cellulare o controllare le e-mail. Nomofobia è un termine di recente introduzione che designa la paura incontrollata del no-mobile, di rimanere sconnessi dal contatto con la rete .

Ci sembra quindi di rimanere sempre in contatto grazie alle innumerevoli conversazioni virtuali, ma alla fine dei conti, siamo sicuri di saper coltivare ancora delle relazioni vere?

Cosa ci dice la Psicologia in merito al senso di solitudine?

Nell’esperienza umana c’è una solitudine ricercata come valore, come spazio di individuazione e di introspezione, una solitudine necessaria nel sottolineare i momenti di separazione che segnano le tappe evolutive dei processi di crescita, ma ci sono anche stati psichici in cui la solitudine è sentita come condanna, come impossibilità o incapacità di “stare con”, un sentimento spesso molto doloroso, in cui la percezione della solitudine si associa a stati interni di insoddisfazione, di tristezza, di ansia, di timore, o addirittura di disperazione e/o di panico.Il senso di solitudine attraversa così, come sintomo doloroso, le due grandi aree della patologia psichica della Paranoia e della Depressione, assumendo connotazioni diverse a seconda delle diverse strutture e costellazioni psicologiche e dei diversi gradi di disagio, correlandosi alle specifiche vicende di ogni storia personale. Il senso di solitudine come mancanza si accompagna spesso all’idea di Vuoto. E’ il vuoto interiore che sentono i nostri ragazzi oggi.

A cosa porta la solitudine dunque? Se partiamo dalla sensazione del deserto affettivo e dalla mancanza di aiuto, arriviamo alla sfiducia nell’esperienza relazionale da cui alla fine si cerca di fuggire per cui cosa c’è di più sicuro di una relazione virtuale?

Un rifugiarsi in uno schermo in anonimato, dove ognuno può essere chi desidera o chi si sente di non essere. Ciò permette di sganciarsi dalla vergogna o dall’imbarazzo di guardare immagini o video pornografici, e consente di esplorare le proprie fantasie o di compensare la loro mancanza, oltre ad offrire un riparo dalle difficoltà emotive degli incontri reali e dalla paura dei fallimenti in termini di prestazione. E la curiosità tipica adolescenziale dell’amore e della sessualità diventa genitalizzazione delle relazioni e risposta tecnologica al piacere. Si limitano ad osservare una pseudo realtà senza viverla con tutti e 5 i sensi… la solitudine, e di conseguenza l’isolamento emotivo poi porta inevitabilmente a difficoltà comunicative, viene meno la capacità empatica di mettersi nei panni dell’altro perchè l’altro non c’è realmente davanti a noi…

Carl Rogers, psicologo psicoterapeuta americano, fondatore della Terapia Centrata sul Cliente, pone proprio l’Empatia come presupposto necessario in qualsiasi forma di relazione umana. L’empatia intesa come la capacità di sintonizzarsi e comprendere gli stati emotivi e cognitivi dell’altro. Questa capacità richiede una buona dose di attenzione e sensibilità nell’accogliere i vissuti di chi abbiamo di fronte, anche quando questi possono divergere profondamente per esperienza, valori o idee dai nostri.
La capacità di sentire il mondo dell’altro e accettarlo come unico e irripetibile.

Questa importante chiusura in se stessi, questo ripiegamento dell’energia vitale su uno schermo di pochi pollici, porta inoltre i giovani a non comunicare ciò che realmente sentono, lo affidano a una piattaforma virtuale o a comunicarlo in modo disfunzionale o addirittura eclatante, vedi lo sproporzionato aumento dei suicidi giovanili.

Io mi chiedo…ma davvero i giovani non riescono più a comunicare? O comunque trovano adulti che non sono più disposti ad ascoltare? Il primo assioma della Comunicazione di Waslawich dice che “E’ impossibile non comunicare”, e questa è una realtà, noi non comunichiamo solo con le parole ma sappiamo che il 95% della attività comunicativa è Non Verbale, noi parliamo con lo sguardo, con la postura, con la prossemica, con la gestualità, con il silenzio…proprio quel silenzio assordante, dell’anima e del cuore, in cui molti giovani si rifugiano”.

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