Il soggetto fragile oggi. L’adulto in relazione

Il soggetto fragile oggi. L’adulto in relazione

Pubblichiamo l’intervento della Dott. Maddalena Petrillo, Neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta familiare. La dottoressa Petrillo sarà relatrice al convegno annuale della Società Medico Chirurgica Lucchese “Giovani oggi: carenze nella relazione con gli adulti“, che si terrà in Sala Tobino – Palazzo Ducale a Lucca, domani 8 novembre.

La parola Fragilità, applicata agli esseri umani, può evocare molte immagini diverse, qualcuna particolarmente bella e delicata , come la fragilità di un neonato, e qualcuna, al contrario , dolorosa, come la fragilità fisica di un malato terminale. Nessuno di noi è esente dalla fragilità. La fragilità ci accompagna nella vita, proprio come la forza che in tanti momenti possiamo sviluppare, specie nelle traversie, specie quando siamo investiti di responsabilità.

La fragilità può essere fisica o psicologica. Non necessariamente si presentano insieme. Soggetti fragili nel corpo possono non esserlo affatto nella mente e nella volontà.

Ci soffermeremo sulla situazione contraria: quella in cui persone non fragili nel corpo sviluppano una fragilità emotiva e cognitiva, e non riescono a far fronte ai compiti che la vita chiede loro.

Analizzeremo come la disattenzione verso i processi di costruzione della persona possa danneggiare le giovani generazioni.

Cercheremo di riflettere su come si possa oggi impegnarsi a favore dei giovani, su come gli adulti possano sostenerli nel formarsi una coscienza e diventare padroni della loro vita.

FRAGILITA’ DEL SOGGETTO FAMIGLIA
All’interno delle famiglie, un genitore può essere fragile quando è lasciato solo con le proprie responsabilità, senza una famiglia solidale alle spalle, stressato dal carico di lavoro e di impegni, a cui si aggiunge il tempo impiegato per mantenere i contatti e le relazioni sociali.

Anche la coppia genitoriale può diventare fragile, quando non riesce più a trovare il tempo del dialogo e della cura reciproca.

Sono queste le fragilità che possono portare all’abbandono del compito educativo, specie quando i figli sono adolescenti, quando appaiono ormai finalmente capaci di muoversi autonomamente e di gestire interessi e amicizie.

Tuttavia l’adolescenza è una fase del ciclo di vita dove il bisogno di incoraggiamento e sostegno è persino più forte che nell’infanzia.

E questo perché l’adolescente si sente spesso triste e sfiduciato, confuso e incapace di decidere.

Quando era bambino non dubitava della capacità degli adulti di sostenerlo, da adolescente perde questa sicurezza, vive anzi un sentimento di perdita, perchè ha perso l’infanzia, ha perso la spontanea fiducia nel mondo adulto che aveva accompagnato la sua vita infantile.

La sua fragilità esistenziale deriva dall’incontro di sentimenti “naturali”: la vergogna, la paura, la noia, l’apatia, la tristezza, con novità “naturali” del modo di pensare, che diventa meno concreto e più attraversato dai dubbi, e, infine, con i cambiamenti “naturali” del corpo.

Pur essendo una fase naturale e bella della vita, l’adolescente può avere difficoltà a modulare i cambiamenti e la percezione di sé in famiglia e nella società.

Qui i genitori entrano prepotentemente in gioco, promuovendo o meno l’accettazione di sé nell’adolescente, la sua evoluzione, il superamento della fragilità psicologica.

Le famiglie che generano fragilità nei ragazzi sono famiglie che non rappresentano per l’adolescente una risorsa relazionale e dunque non promuovono i fattori di protezione dal disagio adolescenziale.

Perché un adulto, un genitore in primo luogo, possa costituire una risorsa relazionale per l’adolescente occorre che il loro rapporto sia basato su una reciprocità nuova, fondata sul rispetto della dignità di entrambi.

Ormai da tempo sono al bando i paternalismi, ma non si è ancora accolta in modo totalitario questa nuova sfida: aver cura degli adolescenti in un rapporto di reciprocità.

Quando il rapporto tra le generazioni accoglie questa nuova sfida, i legami familiari sono rivitalizzati e danno nuovi frutti. Ad esempio nascono nuovi obiettivi condivisi in famiglia, diventa possibile fare scelte economiche insieme, possono essere valorizzate le reciproche capacità di ascolto tra genitori e figli.

Il fine di ogni buon rapporto è dare vita. I rapporti familiari possono dare vita alle persone che la compongono costruendo un modello di famiglia che mantenga l’equilibrio tra le generazioni, sul piano economico e valoriale. Il contrario di modelli che si vedono molto spesso , in cui i genitori concedono ai figli benessere economico e privilegi che negano a se stessi, ottenendo così la duplice conseguenza negativa di sminuire il proprio potenziale educativo ed enfatizzare il narcisismo dei figli. Troppo spesso i figli non imparano la gratitudine, ma imparano invece che niente è più importante delle loro persone e mettono se stessi al centro del mondo.

Come dice un saggio “I figli viziati non sono quelli per i quali si fa troppo. Non si fa mai troppo per un figlio. Sono quelli ai quali non si è mai insegnato a ricambiare quel poco o quel tanto che si è ricevuto.” (Louis Evely)

Questa riflessione ci conduce sul piano valoriale dell’educazione, che può formare le coscienze o lasciarle in balia di un acritico egocentrismo.

FRAGILITA’ DELLA COMUNITA’

Non è solo in famiglia che è opportuno aver cura delle modalità relazionali tra le generazioni.

Il potenziale educativo appartiene anche ad adulti fuori della famiglia. La comunità intera può dare fiducia ai giovani, dare credito al capitale sociale che essi rappresentano con le loro idee nuove e la loro spinta vitale nell’affrontare sfide nuove .

A occhi e orecchi attenti non sfugge l’appello dei giovani agli adulti , la richiesta di avere in loro un punto di riferimento. E’ più spesso, purtroppo, una richiesta muta, che bisogna saper intravvedere in tanti comportamenti che manifestano il bisogno di aiuto, in tante sofferenze che li fanno ammalare, in tante tragedie personali che li portano al pronto soccorso, che li fanno entrare in guai immensi. Spesso nessuno degli adulti che avevano intorno li ha veramente aiutati.

Ma talvolta è una richiesta verbalizzata, che appare in tutta la sua forza in contesti comunicativi e culturali aperti e sinceri. Mi è capitato più volte di sentirmelo dire, dai figli, dai pazienti, dagli studenti.

Una riflessione accurata su questa richiesta ne mostra non solo il potenziale educativo, ma anche quello protettivo per la salute.

Sì, la carenza di punti di riferimento educativo esterni alla famiglia è un fattore di rischio sociale e sanitario nel periodo di maturazione della personalità. La responsabilità degli adulti verso i giovani è invece uno dei fattori che può proteggerli e sostenerli nel prendere decisioni favorevoli alla propria salute. Bisogna che loro sentano di essere amati, e che si crede in loro.

Un esempio di questa responsabilità: la testimonianza positiva.

Quando un adulto testimonia ad un giovane le ragioni del proprio impegno familiare, professionale e sociale “ pratica il bene” del giovane, perché lo aiuta a conoscere se stesso e a sviluppare un suo progetto di vita.

Nasce un’ alleanza e il giovane non resta solo, come succede con adulti che non danno nulla di sé e persino competono coi giovani alla ricerca di un perenne giovanilismo e quindi finiscono con zittirli, con negare loro importanza.

Decidere della propria vita è un compito importante dei giovani , forse il più importante.

L’individualismo libertario tipico della nostra epoca non li aiuta.

Perché l’individualismo li illude sul loro potere di scegliere ciò che vogliono , e annebbia la vista sulla comunità, sui bisogni degli altri, sull’interdipendenza tra noi e gli altri.

Tutti quelli che nella comunità si spendono per dare vita a rapporti costruttivi tra giovani e adulti è come se regalassero alla società un investimento in salute.

Promuovono alleanza e fiducia, promuovono benessere relazionale e in tal modo riducono il rischio di comportamenti antisociali e di disagi relazionali.

Ognuno di noi, e specialmente gli operatori della salute e della scuola, deve essere consapevole che la salute mentale della nostra popolazione giovanile è a maggior rischio di un tempo. Occorre costruire un’alternativa , anche con le scelte politiche.

Un esempio di scelta politica che porta a una grave omissione verso i giovani è questo : quando il legislatore non intercetta tra le fonti di rischio alcuni comportamenti come il gioco d’azzardo e non protegge le persone fragili . Anzi attraverso la pubblicità induce forme di schiavitù e di sfruttamento.

Nonostante l’ osservazione di quanto sia frequente il disagio relazionale , molti adulti di oggi scelgono forme di relazione che allontanano le persone tra loro e dal centro di se stesse, mentre “occorre ricostruire i luoghi e le esperienze, iniziando da quelli dove da sempre l’essere si è formato: la famiglia, la comunità, la scuola. Luoghi ed esperienze che rispondano ai bisogni primari di amare ed essere amati, imparare, trovare un senso alla vita.” (M.De Beni in Essere Educatori Città Nuova 2013 )

C’è una correlazione diretta tra “l’ esigenza di senso “ e il culto delle emozioni forti.

“Se l’esigenza di senso è sistematicamente frustrata può degenerare nella ricerca di fuorvianti surrogati e dare adito a conseguenze estreme, come l’aggressività, le dipendenze o le condotte suicidarie”. ( D. Bruzzone in Essere Educatori Città Nuova 2013)

Si passa quindi con facilità, nella nostra società, dal disagio psicologico al disturbo psicologico o psichiatrico e di conseguenza alla necessità di individuare risposte da parte del sistema delle cure.

Ma è sulla cultura che precede il disturbo che dovremmo, giovani e adulti, intervenire molto di più.

Quella cultura “no limit” che impregna il nostro tempo e che sostiene negli adolescenti fragili la ricerca del rischio, il primato del potere individuale assoluto di vita o di morte.

Questa cultura possiamo cambiarla sia noi adulti, investendo nella relazione educativa con le giovani generazioni, sia i giovani stessi, imparando a riconoscere i mille volti della fragilità.

Alla ricerca di senso dei giovani dobbiamo offrire un modello di vera conoscenza della realtà, in ogni contesto sociale e in ogni situazione. E ciò significa , per noi e per loro, recuperare la coscienza che per capire le fragilità e offrire risposte preventive del disagio occorre aprire nella vita sociale nuovi spazi di inclusione oltre quelli che ci sono già.

I luoghi dell’aggregazione e della relazione non sono quelli del consumo.

Nei luoghi di consumo la fragilità diventa motivo di esclusione oppure è nascosta dietro maschere alla moda.

I luoghi di consumo non sono fatti per sviluppare l’interiorità, l’intelligenza, il pensiero critico.

L’ADULTO IN RELAZIONE

Il fine dell’educazione è la persona, il suo essere responsabile di sé e degli altri.

Per questo motivo l’educazione non finisce mai e non c’è da stupirsi se le funzioni adulte di comprensione della realtà e gestione delle emozioni necessitino continuamente di essere sostenute.

In molti programmi e progetti di sostegno alla genitorialità queste funzioni adulte sono al centro del lavoro di operatori pedagogici, sociali e sanitari. Ne sono esempio i programmi che vengono attuati nei consultori , nei servizi di salute mentale e nell’ambito di associazioni familiari. Programmi diretti ad aiutare i genitori in situazioni educative più difficili del solito , come quelle con figli disabili o portatori di patologie psicologiche e fisiche importanti.

Ed in effetti, ogni qualvolta necessiti un approccio psicoterapeutico per un figlio , occorre sostenere nei genitori le capacità di cambiamento, di riflessione sul funzionamento proprio e del figlio , di elaborazione del senso di perdita , della possibilità di continuare a dare amore e speranza.

Ma per il resto nella società non è frequente trovare luoghi e condizioni che favoriscono nell’adulto il prodursi di un sapere riflessivo.

Gran parte della formazione cui gli adulti sono esposti nei loro ambiti di lavoro è intesa come “informazione”, come sapere cumulabile, con modalità riduttive che escludono la coscienza e la cura di sé, la messa in gioco della propria intelligenza e vita emotiva e soprattutto la relazione al più ampio contesto sociale.

L’adulto viene quindi a partecipare ad esperienze formative che producono sì apprendimenti, ma non producono un senso personale a questi apprendimenti. Manca il coinvolgimento e la comprensione delle dinamiche emotive e mentali proprie del pensare.

L’ipotesi è che queste esperienze di apprendimento siano lo specchio della realtà sociale odierna in occidente. Una realtà sociale in cui faticano a trovare vita contesti veramente relazionali , cioè luoghi e modi dello stare insieme che favoriscano negli adulti l’ascolto di sé e un atteggiamento autoriflessivo .

Possiamo pensare che impegnarsi a promuovere simili contesti, e garantirne la tenuta, sia un compito per ogni adulto che senta dentro di sé l’urgenza di rivitalizzare la società e il benessere dei giovani.

Partire quindi da noi stessi, noi adulti magari concentrati su molte attività, ma poco attenti alla relazione .

Noi adulti che abbiamo bisogno quanto i giovani di continuare a crescere, di integrare emozioni e cognizioni, di generare idealità , di non assoggettarci ai consumi, di valorizzare le nostre parole e i nostri atti alla luce del bene comune.

CONDIVISIONE E RECIPROCITA’

“Mi prendo cura di…” “I Care”

Il motto di Don Milani promuove ancora oggi l’autostima e la vita degli altri, permette di esprimere la prosocialità e la giustizia.

Mentre l’ideologia dell’egoismo, del dominio e della sopraffazione è una ideologia escludente, che vede il limite e la fragilità come punti di debolezza dell’essere umano.

La prosocialità si esprime spesso nella scuola . Ne sono esempi le azioni di tutoraggio verso i coetanei o di ripudio del bullismo.

Si esprime spesso nella società , ad esempio con l’attività di associazioni di vario tipo, dove l’obiettivo è la condivisione con emarginati e ammalati.

Si esprime nelle famiglie con azioni di condivisione, con l’affettuosità, la ricerca del bene dell’altro, il mutuo aiuto.

Quali effetti positivi produce la prosocialità sulla salute della popolazione?

Il fronte delle esperienze resta aperto: siamo tutti chiamati a verificare questi effetti, a incrementare la coesione sociale col nostro agire quotidiano, ad operare nella direzione della prevenzione e della protezione sociale .

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