La realtà sommersa dell’autismo al femminile

La realtà sommersa dell’autismo al femminile

In occasione della giornata internazionale della consapevolezza dell’autismo, che si tiene ogni anno il 2 aprile, pubblichiamo un contributo di Liliana Dell’Osso e Barbara Carpita.

(per leggere altro sul tema clicca qui: https://www.luccamedici.it/lo-spettro-autistico-dimensione-transnosografica/ )

Se un problema ben noto in tutti gli ambiti della medicina è quello della non sovrapponibilità delle manifestazioni cliniche tra pazienti di sesso diverso, la discriminazione di cui le donne sono oggetto nella nostra società non risparmia neppure l’ambito scientifico. Infatti è frequente che i modelli di presentazione più studiati siano esclusivamente quelli maschili, con il conseguente rischio di non riconoscere lo stesso disturbo con tempestività qualora si presenti nell’altro sesso.woman-on-carousel-swing-ride_free_stock_photos_picjumbo_HNCK8794-1570x1047

Naturalmente, considerando che l’organo che presenta maggior diversità a seconda del genere è proprio il cervello, il problema interessa fortemente anche la psichiatria. In questo contesto, e grazie al progredire della sensibilità verso la medicina di genere, ultimamente sta venendo rivalutata, tra le donne, in particolar modo la prevalenza di disturbi dello spettro dell’autismo, patologia da sempre considerata ascrivibile soprattutto al sesso maschile. In realtà, sembra che disturbi riconducibili allo spettro dell’autismo, così come tratti autistici sottosoglia (della cui importanza abbiamo discusso nel precedente articolo), siano più frequenti di quanto si creda nel gentil sesso, ma che non vengano riconosciuti a causa del diverso modo in cui i sintomi si declinano, che può in alcuni casi divenire piuttosto lontano dal quadro classico che si studia sui manuali, basato sui fenotipi tipici dei pazienti maschi.

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Professoressa Liliana Dell’Osso

Nella donna, in particolare, sembra che le capacità di adattamento al deficit di comunicazione sociale, attraverso strategie di mimesi e apprendimento, siano maggiormente sviluppate. E’ più frequente quindi, specialmente nei casi di disturbi di grado lieve, che il problema passi inosservato, sebbene non per questo sia meno percepito dalle pazienti, che frequentemente riferiranno, all’intervista clinica, di aver iniziato sin dalla giovane età ad imitare le compagne di classe più abili ad interagire per riuscire ad orientarsi nelle situazioni sociali. Questo adattamento, peraltro, potrà incrinarsi col passare del tempo a seconda degli eventi vitali e della complessità delle situazioni che la persona si troverà ad affrontare. Potranno comparire tanto atteggiamenti di ritiro sociale che un’ipersocialità compensatoria e talora incongrua, sino ad atteggiamenti sessuali promiscui, modalità seduttive, esercitate per cercare di compensare sul piano fisico il deficit di reciprocità socio-emotiva, con un conseguente inanellarsi di relazioni instabili e intense. Una storia di eventi traumatici, o di ripetute situazioni stressanti sul piano familiare e sociale, potrà far complicare il quadro con una più grave disregolazione emotiva, sentimenti di rabbia e vuoto, con una visione di sé negativa o comunque marcatamente instabile, agiti impulsivi e autolesivi, che andranno a creare la costellazione sintomatologica tipica del disturbo borderline di personalità, una diagnosi, non a caso, a grande prevalenza femminile e con un’altissima frequenza di esperienze traumatiche in anamnesi. Studi recenti hanno messo in rilievo, nelle pazienti con disturbo borderline, una significativa presenza di tratti autistici: questo dato, unito alle precedenti considerazioni, ci porta a pensare che il disturbo borderline possa effettivamente costituire l’esito di un fenotipo femminile non riconosciuto di spettro autistico, complicatosi con eventi vitali.

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Dottoressa Barbara Carpita

Un altro aspetto di criticità, nel riconoscere l’espressione dei tratti autistici nelle ragazze, sta nel fatto che gli interessi ristretti e le rigidità comportamentali in queste ultime non si concentrino sui nuclei tipici dell’autismo maschile, ma su temi d’altro tipo e, in parte, più socialmente accettati, quali ad esempio leggere fiction, focalizzarsi su un personaggio famosi (fino all’ossessione per uno specifico personaggio, che può divenire il centro di tutti i pensieri e di tutte le energie), passare tempo con gli animali e, non ultime, le condotte alimentari stereotipate. Questo ultimo aspetto risulta particolarmente evidente, al punto che già da alcuni decenni è stata avanzata l’ipotesi che l’anoressia nervosa, disturbo, al contrario dell’autismo, diagnosticato quasi esclusivamente nelle donne, sia considerabile a tutti gli effetti una presentazione femminile di spettro autistico. Sin dagli anni ’80 Gillberg aveva rilevato come parenti femmine di soggetti con una diagnosi di autismo presentassero sovente anoressia nervosa (l’autismo, come sappiamo, è un disturbo su base genetica e soggetto quindi ad aggregazione familiare). A questo dato si sono aggiunti quelli di numerosi studi (tra cui un’importante studio longitudinale svedese durato più di dieci anni), che hanno evidenziato una presenza significativamente elevata tanto di disturbi dello spettro autistico conclamati che di tratti autistici sottosoglia nelle pazienti con anoressia (e alcuni quadri sottosoglia, d’altra parte, potrebbero essere tali solo perché gli strumenti diagnostici sono costruiti sulla base del modello maschile), così come una maggior frequenza di anoressia nervosa nei soggetti con disturbi dello spettro autistico.

Nonostante negli ultimi anni sia stata indirizzata una maggior attenzione a questi temi e dunque sia incrementato il numero di studi incentrati sulla ricerca delle presentazioni femminili dei disturbi mentali, si tratta di un campo che richiede ancora molto lavoro per essere chiarito, e che potrebbe consentire, grazie all’indagine di uno stesso fenomeno da una prospettiva diversa, una maggior comprensione dei fattori neurobiologici alla base del funzionamento normale e patologico del cervello in entrambi i sessi.

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Comment (1)

  • Ferdinando Regina

    Ho letto la comunicazione del Dott. Lorenzo Mencacci. Da molti anni abbiamo chiesto con convinzione e a gran voce il riconoscimento del ruolo centrale del Medico di Famiglia nella gestione del paziente. Ora sono in pensione da un anno e mezzo ma sono un utente, e con molto piacere accolgo da utente le novità inserite nell’accordo, e spero nella loro veloce e fattiva applicazione pratica. Il mio medico curante è un collega della medicina di gruppo e della AFT nella quale lavoravo, e sono contento che lui sia messo nelle condizioni di lavorare meglio e di curarmi meglio.

    2 Aprile 2018 a 19:18

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